Femminismo bastardo

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«Scrivo per incendiare. Scrivo senza Dio, senza padrone, senza signore» (1). 

È questa la grande premessa di María Galindo, personalità boliviana che non può essere descritta se non ricorrendo a una polisemia di termini: bastarda, reietta, inopportuna, impostora. O ancora “tecnosciamana”: così la definisce l’artista bastardista Guillermo Gómez – Peña, ossia una «viaggiatrice tra i mondi materiali e immateriali delle società capitaliste, postcoloniali e tossiche della tarda modernità» (2). 

Sono esattamente quegli spazi liminali delle città e del pensiero che Galindo abita assieme allə suə compagnə di Mujeres Creando, un collettivo sperimentale autogestito transfemminista da lei co-fondato nel 1992 a La Paz.

Insieme, si muovono per le strade boliviane, in luoghi abitati da corpi non normativi, impegnandosi in una pratica di attivismo e resistenza.

Persone associate in un movimento di guerriglia urbana non violenta [«siamo graffitare non bombarole!!!» (3)] che occupano spazi plurali e non identitari, restituendo l’arte alla strada con istallazioni e performances. Occupano luoghi che da tempo non sono più neutrali, operando in vista di una  sottrazione alla logica del binarismo (di genere, di classe, di razza), scrivendo sui muri «non si può decolonizzare senza depatriarcalizzare». 

Femminismo bastardo è un grido, un manifesto politico, poesia e prosa con voci plurali di sorelle che sfidano e oltrepassano ogni canone e genere letterario.

Con una scrittura di per sé eterogenea e multilinguistica, in queste pagine si condensa quella visione ibrida di trasformazione sociale che sfonda ogni posizionamento, e che esce dalle cornici di uno Stato nazionale cieco ed escludente. 

Bastardismo è la non purezza, è la contraddizione che si insinua nella lotta transfemminista, è una pratica di vita per chi rivendica di essere ibridə, illegittimə. È un femminismo che nasce dalla strada, che si fonda sulla concretezza sociale, operando una rottura epistemologica con le teorie femministe accademiche, egemoniche, istituzionali. 

Il femminismo bastardo ha il suo luogo: la strada, la piazza, i vicoli abitati da madri e puttane

Ha la sua voce: una voce plurale, composta da idiomi multipli che dialogano pur rivendicando la propria semantica. Il femminismo bastardo ha la sua origine propria: si distacca da ogni genealogia, europea o continentale, e rivendica il suo essere senza madre né padre. Ha un volto, che non è quello dell’altro ma sempre il nostro, cangiante, sfregiato dalla ferita coloniale che mai si rigenera.

Infine, ha la sua propria politica: costruzione artigianale di un femminismo che guardi alla collettività, scavando ancora più in profondità le contraddizioni terminologiche e ideologiche di una realtà fondata sul binarismo e sulla gerarchizzazione. 

«Sperimento e propongo il luogo bastardo come uno spazio di fuga da quel binarismo, come uno spazio di legittimazione della disobbedienza e la critica culturale in tutti i sensi. Ciò che è bastardo è come uno spazio per gli interstizi, i luoghi ambigui e ambivalenti che scappano alla definizione; come rivendicazione dei luoghi mutanti e di frontiera» (4). 

Il progetto di Femminismo bastardo si pone come contrasto a una politica escludente che non riesce a rinunciare alla logica dei leader, alle alleanze calcolate e ai compromessi. Si oppone a un’istituzione che crea spazi non più neutri, in cui chi parla in assemblea non è portavoce di chi la voce l’ha persa, e in cui ci si appella a dei diritti che altro non sono che una concessione di privilegi. Per questo la proposta bastarda di Galindo è un’uscita forzata da questa logica, un volersi rendere visibili, abbaglianti e, al contempo, incomprensibili.

Punto di arrivo è creare un soggetto che sia «indigesto» allo Stato, nonché delle alleanze insolite di «hermandad» sempre con una porta socchiusa, in cui l’eterogeneità è la benvenuta. «Indias, putas y lesbianas» (5) trovano nella politica concreta il loro spazio di sorellanza. 

Con questo manifesto si punta a ristabilire luoghi di cura e di empatia sociale, il cui motto non è l’inclusione ma la rivoluzione e la sovversione di un sistema solo apparentemente aperto. Il bastardismo non include: è eterogeneo di partenza, come suo presupposto.

Galindo teorizza dei luoghi utopici percorsi da corpi molteplici, uniti, verso l’unico orizzonte che è la depatriarcalizzazione: 

«Permettetemi di dirvi che la DEPATRIARCALIZZAZIONE è quella parola, è quel luogo, è quella chiave, è quel concetto che può inglobare, creare coesione, aprire a un nuovo senso di epoca, identificarsi come un’utopia generale all’interno della quale ricamare contenuti così come senso collettivo in cui inscrivere pratiche e saperi» (6)

Grazie Mimesis!

M. Galindo, Femminismo Bastardo, traduzione di Roberta Granelli, Mimesis, Milano – Udine, 2024

  1. M. Galindo, Femminismo Bastardo, traduzione di Roberta Granelli, Mimesis, Milano – Udine, 2024, p. 19. 
  2. Ivi, p. 13. 
  3. Ivi, p. 105. 
  4. Ivi, p. 35. 
  5. Ivi, p. 129. 
  6. Ivi, p. 45.