Vi è mai capitato di chiedervi come sarebbe la vita dei propri cari se non si fosse mai venuti al mondo?
Oppure: è davvero giusto procreare in quest’epoca fatta di guerre, di terrorismo e della mancanza di tutti gli antichi principi (positivi o meno che siano)?
David Benatar, attraverso quest’opera portata in Italia da Carbonio Editore, esplica come venire al mondo comporti sempre un danno, trattando nello specifico tematiche quali l’aborto, la fecondazione assistita e la disabilità.
Profondamente provocatorio e a tratti destabilizzante, l’autore si presta ad essere un difensore dell’antinatalismo e con questo libro, in particolare, ci mostra come il non avere figli non sia sempre un comportamento meramente egoistico e immaturo – come solitamente si potrebbe pensare – bensì il suo esatto contrario.
Al giorno d’oggi è risaputo che sempre più coppie decidono di non procreare o di limitare la progenie a un solo figlio.
In virtù di questo, numerose sono state le campagne per incoraggiare la maternità, così come quelle per l’aumento della prole per coppia: Benatar, tuttavia, distrugge totalmente queste iniziative, mirando a una logica rivoluzionaria e destinata alla precoce estinzione umana.
L’essere umano è a conoscenza del fatto che la vita sia sofferenza, ma nonostante tutto sceglie di vivere, con fare propositivo o forse in virtù di una primordiale paura della morte.
Ma se l’esistenza è così oppressiva, perché non optare allora per il suicidio?
Benatar analizza questa opzione attraverso un profilarsi di motivazioni a cui dedica un apposito capitolo. Al suicidio è preferibile, secondo la logica dell’autore, l’estinzione graduale della razza umana per mezzo della denatalità, vale a dire cessando di mettere al mondo figli:
una profezia tanto macabra quanto non del tutto inattuabile e insensata, forse già in compimento.
Grazie a Carbonio Editore!
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